Memorie romane: atto III

Memorie romane: atto III
Giorno 3 (o quello del cellulare dorato)

 

Ad Ilaria, che ha reso la mia giornata interessante.

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NB iniziale: questo post ha ben due premesse, la prima di fine settembre e l’altra di metà gennaio, che informano sul perché del notevole ritardo nella pubblicazione. Ho avuto dei dubbi sull’aggiungerle o meno, ma alla fine l’ho fatto, tanto non parliamo di una cosa top secret.

NB di settembre: Sono consapevole che mi prende non poco tempo postare le “memorie romane”. Potrei dare svariate scuse, tipo che è inizio dell’anno scolastico e, quindi, è un periodo specialmente stressante per noi insegnanti. O potrei anche dirvi che ho avuto alcuni problemi di salute non gravi ma fastidiosi (ho la cervicale a pezzi). Ma no. Non lo farò perché la verità è che ho procrastinato il momento di mettermi a scrivere per settimane.
Manca dal racconto il terzo giorno, in cui siamo andati al Vaticano, e il quarto, quando finalmente siamo tornati a casa. Non ho ancora deciso se li racconterò insieme o invece no, sicuramente dipenderà da quanto sarà lungo il testo sul terzo giorno. Iniziamo, quindi.

NB di gennaio: Sono trascorsi altri tre mesi prima che mi mettessi a scrivere di nuovo. Questa volta, però, non è stato un leggero malessere alla cervicale ma bensì un problema che è andato avanti per una parte di ottobre, tutto novembre e anche dicembre, mese in cui sono anche finita in ospedale. Non racconto altro, chi mi conosce di persona sa che cosa è successo, e a chi non mi conosce non importa. Se invece qualche conoscente non sa di cosa sto parlando, mi può sempre scrivere in privato. Il punto, insomma, è che non sono stata in grado di scrivere come volevo per tutto questo tempo (e infatti, avevo assolutamente abbandonato il blog!), ma ora sono tornata, non ancora in piena saluta ma quasi, quindi -ora sì- andiamo avanti con il racconto.

Ci siamo alzati verso le sei del mattino perché dovevamo fare colazione al massimo fra le sette e le sette e mezzo. Il Vaticano non è proprio vicino a Termini e ci aspettava praticamente un’ora di strada da fare a piede fino là. Da aggiungere che non avevamo preso i biglietti per i Musei Vaticani in anticipo perché erano 2€ più costosi rispetto a quelli che si comprano sul posto. 2€ di differenza che ci sono costati quasi un’ora di attesa nella fila. Da queste cose si capiva che chi aveva organizzato il viaggio non ci era andato come accompagnatore… Ma andiamo per ordine.
In albergo causiamo il solito caos di 71 persone facendo colazione tutti contemporaneamente. La cuoca si arrabbia con noi per questo motivo (?!). E che dobbiamo fare? Non fare colazione? Farla a turni ed inviare i ragazzi ad aspettare nella reception? Allora si sarebbero incazzati con noi là… Insomma, la giornata è iniziata bene.
Fra le sette e mezzo e le otto, partiamo a piedi tutti insieme verso il Vaticano. Uno spettacolo che manco i barbari entrando a Roma, fidatevi.
Era mattina presto e quindi c’era meno gente in giro per strada e meno traffico… Ma noi avevamo tutta la stanchezza del mondo in noi dopo il giorno precedente e quella specie di “catabasi” verso il Trastevere.
Non eravamo ancora arrivati in Vaticano, mancava poco, ma il giorno aveva già preso una piega… surreale, diciamo. La mia collega C., che in quel momento camminava al mio fianco, mi dice:
– Mi pare di aver visto un cellulare a terra sull’ultimo ponte che abbiamo attraversato…
– Boh…- rispondo io- se è di uno dei ragazzi puoi scommettere che torna a prenderlo.
Ma non lo era. Certo che non lo era. Sarebbe stato troppo facile, troppo aspettabile, troppo normale per noi.
Pensate forse che, se non era il cellulare di uno dei ragazzi, loro l’avrebbero lasciato per terra abbandonato o l’avrebbero preso per loro senza dirci niente? Magari. No, non è andata neanche così. Anche così sarebbe stato troppo facile.
Non erano passati ancora cinque minuti dalla conversazione con C. e vedo avvicinarsi J., l’altro mio collega.
– M.! Una delle ragazze ha trovato questo per terra -mi dà il cellulare-. L’ho controllato. Non era bloccato e, aprendolo, ho visto che era in italiano. Beh… Roba tua, sei l’unica a parlare la lingua. A dopo! – E scappa a gambe levate prima che io possa dire niente, lasciandomi là con un cellulare sconosciuto in mano e C. sbellicandosi come mai prima.
Porca miseria.
Il cellulare ha una custodia dorata e brillante. “`E di una donna”, penso. Ed è italiano, infatti (controllo anch’io, giusto per…).. Continuiamo la strada e mi avvicino a J., gli dico che la logica mi dice che devo restituire il cellulare al primo poliziotto che troviamo. Siamo molto vicini al Vaticano e quindi ce ne sono in giro in abbondanza.
I primi che abbiamo trovato erano una coppia della Polizia Locale di Roma. “Bene”, penso senza troppa convinzione, “proviamoci”. Sono in uno dei ponti di accesso al Vaticano. Direte sicuramente che è un posto di merda per fermare un poliziotto per chiedergli cosa fare con un cellulare abbandonato. E avete ragione.
– Mi scusi… Agente?
– Sì?
– Una mia studentessa ha trovato questo cellulare per terra e vorrei darlo a Voi così…
– Guardi, signora- (eh… Ho dei cappelli bianchi da quando ero molto giovane e mi fanno sembrare più vecchia. E sono troppo pigra per tingerli!)- Siamo qui per gestire il traffico – (gestire il traffico romano? E tanti auguri di una buona e lunga vita!). – Deve andare in Vaticano che là trova la Polizia Statale.
E se n’è andato. A gambe levate, direi. Sono rimasta con la faccia da idiota e il cellulare dorato in mano là finché J. mi ha fatto notare che dovevamo andare. Gli spiego cosa aveva detto l’agente e lui dice di andare a trovare sti benedetti Statali. Già… Io intuisco ormai come andrà a finire, tutto insieme.
Ed ecco il Vaticano! Io, pagana, in Vaticano. L’ho sconsacrato con la mia sola presenza là per forza.
Eccoci là. Primi problemi: e i biglietti? Dove si prendono? J. e io partiamo per una bella spedizione non prima di aver “parcheggiato” in malo modo i 66 alunni e gli altri 3 insegnanti. La prima impressione sulla Piazza di San Pietro è che è piccola (mi spiace, Bernini…) o più piccola di quanto immaginavo. O noi siamo in troppi, è un’altra opzione. Prima di cercare dove prendere i ticket, vediamo un bel raduno di agenti di tutti i corpi di sicurezza di cui dispone lo Stato Italiano. Ci provo con tutti.
– Oh, mi scusi… Non sono in servizio, chieda al mio collega in macchina!- (e che ci fai qua, se non sei in servizio? Una scusa migliore la trovi, va…)
– Oh, mi spiace! Sono in missione scorta! Chieda al mio collega là! – (l’ho fatto e mi ha detto di venire da te, umano… Che poi, scorta di chi? Sei da solo in macchina e non è nemmeno un’auto blu!).
– Oh! Non lo gestisce la Guardia di Finanza, questo. Provi coi Carabinieri! – (da loro vengo, sì…).
– Ha provato a chiedere alla Guardia di Finanza? – (sì, agente della Polizia Statale, e meglio non ti racconto…).
Insomma: mai ‘na gioia. Alla fine anche J. capisce.
– Ma che ca**o?! – dice fra stupito e incazzato.
– “Mo’” sì – gli rispondo – Benvenuto in Italia.
Diciamo che se la (forse) proprietaria non chiama, il cellulare lo lasciamo in albergo e tanti auguri (ancora). Io in veste di non-insegnante l’avrei buttato nel Tevere, mica sono una santa…
Troviamo felicemente dove prendere i ticket, facciamo tutti insieme e con poca allegria ben 45 minuti di fila (e nemmeno sono tanti, a quanto pare) e proprio quando stiamo per entrare nei Musei Vaticani: squilla il cellulare. Ma qualche dio mi prende per il c…?!
Pronto? – rispondo. Decine di occhi intorno a me (dei miei studenti) mi fissano. Sono annoiati da 45 minuti, alla fine una bella novità! Mi risponde, come pensavo, una voce femminile.
– Ciao? Sono Ilaria, la proprietaria del cellulare.
Con tutti i nomi femminili che esistono in italiano, doveva proprio chiamarsi Ilaria. Così come d’incanto mi parte nella testa la canzone “Ilaria condizionata” di Caparezza e devo trattenere le risate. Ma la smetti di rovinarmi il cervello e di farmi fare le figure discutibili in pubblico, Capa? Nah, non lo farai, lo so già… Eccovi qua la canzone così frego anche a voi:

 

(Io non mi fiderei di un bonobo curioso dietro me, Capa, ma saprai tu…)

Insomma, Ilaria. Si chiama Ilaria e le dico veloce ma anche gentilmente che stiamo per entrare nei Musei Vaticani e che non posso fermare 70 persone là finché lei arriva per il cellulare (i ticket li devo prendere io, che sono l’unica a parlare italiano, come già detto), e che quindi, casomai, ci troviamo all’uscita, due ore più tardi (eh sì, solo due. Purtroppo nelle gite scolastiche il tempo non è mai abbastanza, anche se nei Musei Vaticani un’intera vita non basterebbe).
Entriamo, quindi, nei musei (finalmente), compriamo (finalmente) i ticket e diamo le istruzioni ai ragazzi, riuscendo ad avere così un po’ di libertà anche noi (finalmente).
Due ore volano velocemente. Troviamo i ragazzi (una parte di loro) dentro i musei e andiamo a trovare gli altri che sono usciti. Ragione? Uno di loro si è sentito male e quindi altri venti almeno sono andati con lui. Ci mancava solo il dramma medico, dai…
Siamo arrivati al malcapitato, che si era seduto a due o tre metri dai militari che sono postati vicino alla porta di uscita dei musei, e abbiamo visto che, in effetti, era di un malsano colore verde oliva. Così come d’incanto…ancora una volta, mi è venuto in mente… Caparezza? No, stavolta no, ma questo:

Dal minuto 7.45 in poi… Perché, ovviamente, il bimbo stava anche vomitando. ‘Na gioia.
Là è iniziata la tragicommedia. Il ragazzo non aveva altro che stanchezza e stress dovuto sicuramente all’enorme folla dei musei. Ma noi, in quel momento, non lo sapevamo. T., uno dei miei colleghi, si offre volontario per portare in taxi il ragazzo in albergo così lo fa riposare (e, diciamolo pure, si riposa anche lui). Nel frattempo inizia a suonare ossessivamente il cellulare dorato (per fortuna -?- nei Musei Vaticani non c’era campo). Era mica Ilaria? No, era gente che chiedeva di lei, e a tutti dovevo raccontare la stessa cosa (mentre il ragazzo continuava ad essere verde, T. cercava un taxi e C. voleva prendere a sberle i militari che non davano una mano col ragazzo col complesso di Hulk). Apposto, insomma.
– No, non sono Ilaria. Ha perso il cellulare e cerco di restituirglielo. Chiami fra un paio di ore, forse la trova. Sì. Ciao. Grazie.
J. finalmente mi dice di chiamare al numero dal quale mi aveva chiamato lei. Lo faccio.
– Pronto, Studio Legale X.
– … – sul serio? Penso. Ma mi prendi in giro?
– Pronto?!
– Buongiorno, c’è Ilaria? – non conoscevo il cognome quindi non potevo essere educata.
– L’avvocatessa Ilaria S. Non c’è, chi la desidera?
– Eh… Come dire… – e glielo dico. Tutto. Gli racconto tutto il mio mattino di merda. Avrà provato pietà.
– Guardi, se può aspettare un po’ chiamo suo marito e gli dico il tutto.
– Per favore.- Anzi, per pietà cristiana visto il posto dove siamo. Fa’ qualcosa o lo butto in Tevere con o senza ragazzi intorno.
Racconto la conversazione a J., che inizia a sostenere l’idea del Tevere. Squilla ancora il cellulare. La suoneria non mi piace manco.
Sospiro e stacco.
-Pronto? – “Pronto” o “pronta”? Boh, ho sempre questo dubbio.
– Pronto? Sono il marito di Ilaria! Puoi aspettare ancora cinque minuti? Arrivo con una bicicletta verde! – certo che posso aspettare. Cos’altro fare mentre il bimbo verde crepa male e il taxi non arriva?
– Sì, certo. Sono quella con lo zaino viola.
– Arrivo!
E arriva. Cinque minuti dopo (e sempre prima del taxi), scende dalla bicicletta MOLTO verde (più o meno come il bimbo) e si mette le mani in testa.
– Ommioddio! MIRACOLO! – urla un po’ troppo. La gente si volta a guardare. No, non sono mica la Madonna e quindi tornano subito alle faccende precedenti.
– Eh… Sì… – gli restituisco il cellulare, sperando che fosse davvero il marito della tale Ilaria. Fine della storia. Alla fine!
T. è andato via col ragazzo malato e noi siamo andati alla Basilica. È pomeriggio ed ecco il secondo miracolo: non c’era la fila!
Usciamo da lì verso l’una del pomeriggio con un caldo mica male per essere maggio (e io ero ovviamente vestita tutta in nero…). Decidiamo di pranzare subito: tocca ammazzarsi di carboidrati. Almeno io. Se il pomeriggio e la sera sono come la mattina, almeno la pizza la voglio.
Dopo quella mattina a dir poco surreale (mancava solo Dalí…), il pomeriggio e la sera sono stati più o meno (PIÙ O MENO) tranquilli. Abbiamo visitato il Pantheon (molto attenti nella piazza intorno perché due anni prima avevano derubato un nostro studente lì, e ci sarebbe mancato solo quello…), dopo passare per Piazza Navona, dove ha iniziato a piovere (e ti pareva…). Dovevamo visitare anche il Gesù, ma era tardi, pioveva e, a dir il vero, se avessimo visto ancora un’immagine sacra, ci saremmo sparati in faccia uno dopo l’altro. Credenti o no. Insegnanti o no.
Quindi facciamo felicemente (?) ritorno in albergo, di nuovo quasi un’ora a camminare. Doccia e cena e dopo… Beh, dopo.
Solitamente saremmo andati a dormire ma avevamo promesso ai ragazzi che una sera saremmo usciti in giro. Ed era l’ultima sera. Il cameriere del ristorante dove cenavamo ci aveva consigliato un posto e in albergo un’altro. Andiamo dove ci hanno detto in albergo. Il posto, però, è troppo piccolo e dobbiamo rifare la strada di ritorno. E subito e assolutamente a caso: ad uno dei ragazzi casca una valanga d’acqua addosso. Lui, ovviamente, si incazza male e vuole prendere a legnate la signora che gli ha buttato la secchiata d’acqua in testa, la quale ha le palle piene del rumore che deve subire ogni giorno per colpa del locale. Gli amici riescono a calmarlo, fra risate perché, a dir la verità, il tutto è non poco comico.
Andiamo quindi all’altro posto, tutto per noi (era giovedì), ma quello successo lì non lo racconterò, anche perché noi insegnanti abbiamo dato una certa libertà ai ragazzi e quindi conosco solo una versione dei fatti. E meglio così.
Molto tardi nella notte, considerando la stanchezza accumulata, torniamo in albergo. Penso che, più che addormentarmi, sono entrata in coma quasi subito.

m.

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